La memoria selettiva di Veltroni
Walter Veltroni due giorni fa è tornato, in una lezione tenuta alla Luiss e in parte pubblicata sulla Stampa di ieri, a riproporre la sua tesi secondo la quale prima del Partito democratico, o dell’Ulivo che ne considera la prefigurazione, il riformismo italiano non ha mai avuto un’espressione politica, pur essendo presente in forma minoritaria in vari partiti.

L’Italia nel Dopoguerra ha realizzato trasformazioni assai profonde, accompagnate e promosse da riforme spesso incisive. Ezio Vanoni prima e Bruno Visentini poi hanno riformato profondamente il sistema fiscale, Amintore Fanfani e Antonio Segni il panorama urbano e rurale. Si potrebbe andare avanti a lungo a citare riforme, riuscite e non riuscite, ma che comunque sono state l’espressione di un concreto riformismo gradualista. L’ostacolo principale fu opposto dal Pci, come riconosce Veltroni, ma non nella sua fase togliattiana, che nonostante l’obbedienza sovietica rivendicava l’assorbimento storico del riformismo della valle padana.
Fu il Pci berlingueriano, “conservatore e rivoluzionario”, che combatté il riformismo sia da sinistra sia da destra, in nome di una concezione moralistica della quale si trovano tracce nella scelta di Veltroni (che non a caso ha rinnegato il comunismo ma non la lezione di Enrico Berlinguer) di scegliere come unico alleato il giustizialismo. Anche il rilievo spropositato che Veltroni attribuisce nella sua lezione al Partito d’Azione è sintomo di una torsione del riformismo in pretese superiorità etiche. La conseguenza pratica è l’incapacità di valutare il potenziale riformista che si esprime anche in posizioni politiche non di sinistra, e che nella storia e nell’attualità italiana rappresenta invece una realtà fondamentale.